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Cultura Gastronomica
Cultura Gastronomica
Gastronomia Siciliana
La Sicilia è
la regione che più ha trattenuto e rielaborato i segni dei popoli
che ne hanno fatto la storia.
Dal punto di vista
gastronomico questo vale soprattutto per gli
Arabi
e gli
Spagnoli in considerazione del loro apporto
culturale, ma anche
dell’introduzione di nuovi prodotti alimentari.
Le due culture non
si sovrapposero ma si completarono, per giungere alle splendide
interpretazioni gastronomiche dell’Ottocento, descritte anche
nelle pagine del “Gattopardo".
Ricotta,
Miele, Vino e Olive
conciate risalgono alla
Magna Grecia;
Cuscus,
Zafferano, Pistacchio , Carrubo,
Gelsomino,
Sesamo, Zucchero di canne, Spezie, Agrumi e
Riso
furono portati
dagli Arabi;
la “Caponata”
coincise con il dominio Spagnolo e, infine, sempre con le
caravelle spagnole, giunse il Cacao,
che nell’isola viene
ancor oggi lavorato secondo l’antica ricetta azteca.
Parlare di
cucina siciliana è dunque iniziare un viaggio dentro il
viaggio, incontrando piatti che dischiudono
prospettive di tempo e suggeriscono immagini di luoghi
talvolta sconosciuti.
Cucina ricca
di prodotti fragranti, sapori che stanno, così come la
posizione geografica dell'isola, in un delizioso
equilibrio tra terra e mare.
Un pò di Storia
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TONNO ROSSO
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Una lunga tradizione circonda questa specie ittica: greci e
romani lo effigiavano su mosaici e monete, mentre fonti
storiche, come quella di Aristotele, ricordano il commercio che
ne facevano fenici e cartaginesi.
Per gli
Etruschi
il tonno simboleggiava, la facoltà di tenersi a galla
con le proprie forze nel mare delle avversità della vita. Nella
maggior parte dei casi il pesce di cattura non era consumato
fresco, a causa del clima caldo del Mediterraneo, ma veniva
sottoposto a processi di conservazione (affumicamento o
salagione).
Il tonno salato godette di grande fama per tutta
l'antichità, come testimoniano le informazioni assunte sia da
Ateneo che da Galeno (II secolo d.C.).
Certamente il consumo del
tonno, fresco o salato, o almeno delle sue parti più ricercate,
non era alla portata di tutti,
la ventresca, o surra di tonno, occupa un posto di grande
rilievo nella gerarchia dei prodotti ittici,
tanto che il tonno
siciliano veniva servito regolarmente sulle mense dei Cardinali
della
Curia
, prima ad Avignone e poi a Roma. Nella stessa epoca, presso le
tonnare siciliane e andaluse si vendevano i resti del tonno ad
un prezzo accessibile anche per le classi meno agiate, spine,
teste, e sangue in buona parte trasformati in farina di pesce,
usata come concime o colla.
Inoltre
dalla
spremitura dello scheletro del pesce si otteneva un olio che,spalmato sui muri delle abitazioni in conci di arenaria li
proteggeva rendendo impermeabile la superficie all’attacco della
salsedine, mentrela coda del tonno era adatta a ricevare delle
scope e con le spine si costruivano delle spazzole per la
pulizia delle carene delle barche.
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BOTTARGA DI TONNO
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Il termine deriverebbe
dall' arabo “butarih” (uova di pesce salato), e
sarebbe da rapportare con il greco “tarichos” (salagione,
pesce salato).
La Bottarga di Tonno indica una preparazione
ottenuta con le sacche ovariche del pesce.
Questo prodotto di
antichissima origine, fu forse diffuso nel Mediterraneo
addirittura dai Fenici. Si tratta d’uova di tonno che
vengono sottoposte a salatura, pressatura, e successivamente
lasciate essiccare per un periodo che può raggiungere i quattro
o cinque mesi.
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SALE MARINO
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Il
Sale è un minerale diffusissimo su tutto il pianeta, e la
maggior parte dei tessuti o dei liquidi appartenenti agli esseri
viventi contiene una qualche quantità di questa sostanza.
L’uso del sale risale a diecimila anni fa. Due sono le
sue fonti di raccolta: il mare, dal quale si ricava per
evaporazione, e il suolo da cui si estrae la salgemma.
L’uomo per il timore di dover soffrire la fame ha sempre cercato
di conservare i cibi il più a lungo possibile, per questo molti
degli alimenti facilmente deperibili, formaggio, carne, pesce e
verdure, venivano cosparsi di questa sostanza.
Importanti indicazioni sull'utilizzo del sale si hanno già nelle
prime civiltà stabili: sumerica, egiziana, cinese (3000 a.C.),
ittita ed ebrea (2000 a.C.).
La storia dei popoli mediterranei si identifica con la storia
del sale, elemento ritenuto più prezioso dell'oro. Le "vie
del sale" tracciate dal mare verso i territori interni
costituivano le grandi strade commerciali dell'antichità. Per
passare sulla
“strada del sale” si doveva pagare una
tassa e lo Stato esigeva un obolo che veniva calcolato sul
valore della merce in transito.
I Romani utilizzavano questa sostanza nelle offerte votive fatte
agli dei, la assumevano come farmaco, e la impiegavano nell’arte
della
salagione.
L'importanza del sale presso i Latini, chiamato "sal", è anche
testimoniata da alcuni termini contenti la stessa radice:
"salve" usato quando dovevano augurare a qualcuno un'ottima
giornata, "salus" (salute), "salubritas" (sanità) e “salario” la
razione di sale ricevuta come paga dai soldati insieme con i
viveri.
Durante il Medioevo il sale continuò ad essere ritenuto merce
preziosissima, le gabelle applicate su di esso passarono dal
2,5% dell'età Imperiale al 20%, e l'Italia divenne il centro del
suo commercio.
Numerose furono le valenze simboliche che la sostanza acquisì in
questa epoca:
-fedeltà e stabilità se impiegata nei “patti di sale” dove con
il suo scambio si stringevano accordi matrimoniali ed economici;
-metodo di purificazione dal demonio, se il sale veniva asperso
durante battesimi, benedizioni o esorcismi, di uomini e animali;
-indice di malaugurio se la sostanza cadeva sulla tavola, perchè
considerata preziosissima.
Secondo l'esegesi biblica il sale rappresentava l'intelligenza
illuminata dello spirito e degli apostoli, in ricordo di Cristo
che nel Sermone della montagna chiamò i suoi discepoli "sale
della terra".
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AGLIO
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Sembra che le proprietà dell’
Aglio siano state rilevate da Ermete Trismegisto, il grande
egiziano considerato il padre di tutte le scienze e autore della
famosa Tavola Smeraldina, che racchiude i segreti della grande
conoscenza. I Faraoni lo facevano somministrare
abbondantemente agli operai addetti alla costruzione delle
Piramidi, sia per preservarli da malattie e infezioni
intestinali, che per dare loro maggiore resistenza fisica, ed
Erodoto segnala che sulla Piramide di Cheope venne scritto
il costo dell’approvvigionamento di aglio sostenuto per la sua
costruzione.
La Bibbia riferisce che gli Ebrei, ai quali era proibito
il consumo di questo alimento prima di mezzogiorno, sentirono
fortemente la sua mancanza durante la traversata del deserto.
Dall’Egitto, la coltivazione dell’aglio si estese poi a tutto il
bacino del Mediterraneo.
I Greci ne furono grandi
consumatori, utilizzandolo sia come medicina che come
condimento, arrivando addirittura ad aromatizzarci il pane.
Sia
Alessandro Magno
che
Giulio Cesare,
dedicarono la pianta agli dei della guerra, ritenendo che in
questo modo i soldati sarebbero diventati più valorosi.
Aristofane (IV sec. a.C.)
scrive: "Ora ingoiate questi spicchi d'aglio. Imbottiti d'aglio troverete maggiore ardore nel combattere". Plinio il Vecchio ne
indica con dovizia gli usi terapeutici, ma dobbiamo aspettare il
1858 e Pasteur, per definire con certezza le qualità antibiotiche della pianta.
L’aglio nel tempo è stato addirittura usato come simbolo
protettivo: appeso a porte e finestre per tenere lontano i
vampiri e gli spiriti maligni, o cucito in un sacchetto da
portare al collo contro i vermi e le malattie infettive.
Ma lasciando da parte le credenze popolari, torniamo sulle
proprietà terapeutiche dell'aglio: vanno da un’azione
antisettica ad un effetto antipertensivo, da un’azione balsamica
ad un’effetto digestivo.
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CAPPERI
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I capperi sono un prodotto noto ed
apprezzato fin dall'antichità e vengono citati da autori come
Dioscoride o Plinio. Un accenno alle loro virtù è
addirittura presente nella Bibbia.
Questa pianta mediterranea per eccellenza, ha la caratteristica
di crescere sui vecchi muri, nelle fessure delle rocce e nelle
pietraie, soprattutto delle zone di mare. E’ vero però, che
l’ambiente più adatto è quello solare del nostro meridione e più
specificatamente quello dell’isola di Pantelleria.
Un autore cinquecentesco, Domenico Romoli (Panunto)
nel suo trattato culinario "La singolar Dottrina" afferma che:
"...quei che mangeranno capperi non avran dolore di milza, ne di
fegato...son contrari alla melanchonia, proucano l'ourina..." Lo
stesso autore non manca di accennare a presunti requisiti
afrodisiaci aggiungendo che "i capperi fan vivace il coito".
In una pubblicazione di fine Ottocento, così si parla
dell’importanza del cappero per l’economia dell’isola di
Pantelleria: "Nella costa del mezzogiorno dell'isola e sulle
rupi aride cresce spontaneo il cappero, del quale i poveri
raccolgono i bottoni nel mese di luglio ed agosto pria della
fioritura e li vendono ad una classe di persone, che dopo
averli
divisi secondo la grossezza, li premono in salamoia e in aceto e
poscia li mettono in commercio".
A Pantelleria, grazie al connubio del suolo di origine vulcanica
e al clima caldo e ventoso le piante di cappero si sono diffuse
ovunque.
Curioso è un metodo
utilizzato dai panteschi per incentivare la coltivazione, che
consiste nello “sparare” i semi di cappero con una cerbottana
tra le fessure di un muro o tra le tegole di un tetto ben
esposto. I capperi prima di finire ad insaporire numerosi piatti
tipici della cucina italiana, vengono essiccati al sole e poi
messi con altri ingredienti, tramandati gelosamente da padre in
figlio, in una salamoia dentro barili di legno per circa una
settimana. Non tutti sanno che questo gustosissimo bottone
verde, non è il frutto della pianta ma è il suo
bocciolo.
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COUCOUS
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Il Couscous, per preparazione ed
ingredienti, potrebbe essere anteriore alla immigrazione
araboberbera e risalire ad età molto più antiche, in ogni
caso è un piatto che viene da lontano e per questo è quasi
fiabesco.
Nella tradizione nord africana veniva
preparato una volta l'anno dalle donne del clan che “ruotavano”
la semola nella mafararda
per “incocciarla” con l'aiuto di qualche goccia d'acqua salata.
Una volta incocciata la semola e condita con olio di oliva, le
donne arabe la mettevano a cuocere in una pentola bucata posta
sopra un'altra piena d'acqua bollente. Tolta dal fuoco dopo
circa una ventina di minuti, il cous-cous veniva lavorato ancora
con acqua e sale, e rimesso a cuocere ripetendo questa
operazione per due o tre volte.
Il cous-cous cotto veniva steso sulle
stuoie, fatto asciugare e riposto in sacchi di stoffa.
Un
alimento, dunque, già pronto; per i nomadi bastava accendere il
fuoco, preparare il brodo di carne, su cui, a vapore, scaldare
il cous-cous ed il pranzo era pronto! I trapanesi,
invece, non essendo nomadi, ne hanno fatto un piatto stanziale,
occasionale, da preparare al momento. Seppure “l'incocciata”
(ridurre, cioè, la semola in grani) e la
cottura a vapore nella
cuscusera è pressoché uguale, il cous-cous viene tolto
dal fuoco dopo circa due ore di cottura, versato nella
mafararda e qui condito (abbiviratu)
ad arte
prevalentemente con brodo di pesce,
ma anche con una infinità di altri modi.
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ORIGANO
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Il nome Origano è
composto da due termini di origine greca: “oros”, che
significa montagna, e “ganos”, che significa splendore,
quindi “splendore della montagna”.
Esso infatti nasce in
altura nelle zone più rocciose e impervie, rallegrando il
paesaggio con il rosa acceso dei suoi fiori.
Esiste una famosa leggenda che racconta l’origine di questa
pianta.
Si narra che presso il re di Cipro, viveva un giovane sensibile
e gentile, il cui nome era Amaraco (in spagnolo l’origano ha
questo termine).
Un giorno costui fu incaricato di portare presso la mensa del
re, che intendeva meravigliare i suoi commensali, una preziosa
ampolla contenente un unguento di fragrante profumo.
Quando Amaraco entrò nella stanza, inciampò malamente e
l’ampolla gli cadde di mano andando in mille pezzi. Tanta fu la
sua disperazione che morì di crepacuore.
Gli dei rimasero commossi da tanta contrizione, e lo
trasformarono nella pianta d’origano, attribuendogli la
straordinaria fragranza dell’unguento che aveva in qualche modo
provocato la sua morte.
Gastronomicamente parlando, nell'antica Roma l'origano era uno
degli ingredienti del rinomato garum. Il suo uso è continuato
anche nei secoli successivi, sopratutto nella cucina del Sud.
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PANELLE

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Le Panelle rappresentano uno
dei cibi di strada più rinomati nella Sicilia Occidentale e
sono la variante
fritta
della
farinata
di ceci.
Questa sorta di schiacciate di piccole dimensioni testimoniano
la storia dei popoli mediterranei.
Già gli Arabi,
dominatori della Sicilia a cavallo tra il Nono e l’Undicesimo
secolo, con la farina di ceci mescolata all’acqua ricavavano una
sorta d’impasto che, cotto in un tegame per ottenere un composto
denso e cremoso, veniva schiacciato e
fritto in piccoli pezzi.
Il detto siciliano “pari ‘na panella” (sembri una panella) è
riferito ad oggetti che hanno avuto la malasorte di trovarsi
schiacciati sotto pesi eccessivi.
Le panelle sono il caratteristico spuntino accompagnato spesso
dalle crocchette di patate.
Si possono trovare ovunque, nelle
friggitorie di tipo fisso o ambulante, sulle strade di grande
traffico, nei quartieri popolari o nel centro storico.
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CANNOLO
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Il
Cannolo è il dolce siciliano per
eminenza e il suo nome deriva dal nome volgare (latino)
dell'arbusto "canna" (Arando donax) con fusto cilindrico vuoto e
nodoso, anticamente usata per vari usi ordinari.
Nacque da uno
scherzo nato in un monastero e successivamente
propagato dalla pasticceria siciliana, un motteggio carnevalesco
del tempo, che faceva uscire da un rubinetto (cannolo in siciliano,
il termine molto antico e riscontrato in documenti che attestano
il significato d'internodo della canna che serviva da cannella
per abbeveratoi e fontane) invece dell'acqua, crema di ricotta.
Marco Tullio Cicerone, oratore
prestigioso e interprete sensibilissimo delle esigenze
fondamentali della cultura e dell'anima latina, rimane il
principale artefice del concetto di «humanitas» e, ancor più, di
quel concetto di cultura intesa come apertura a tradizioni di
popoli diversi.
Una sua citazione riguardante una golosità siciliana, fatta
quando era questore nell'isola, fu : "Tubus farinarius,
dulcissimo, edulio ex lacte factus", ossia: "cilindro a base
di farina, molto dolce, preparato con latte buono da mangiare".
Sembrerebbe perciò che l'odierno cannolo siciliano abbia antiche
origini, anche se ha subito nei secoli diverse trasformazioni, e
il suo antenato potrebbe essere stato un
dolcetto a forma di
banana, ripieno di ricotta, mandorle e miele.
Preparazione tipica del carnevale, oggi fatta tutto l'anno,
prevede nella ricetta tradizionale la ricotta, arricchita di
frutta candita e pezzetti di pistacchio.
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CASSATA
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La Cassata,
sontuosa, raffinata, consistente, fa storia a sè nell’universo
dei dolci siciliani.
Le ricette sono più di una,
e ricollegandosi alla cultura araba vantano mille anni di
storia.
Il vocabolo “Cassata” secondo alcuni deriverebbe dall'arabo
"qas'at" (scodella grande e profonda), secondo altri dal
latino "caseus" (formaggio).
C'è chi sostiene che sia un dolce appartenuto addirittura alla
Civiltà Romana (ingredienti cacio e miele), e la sua
versione sarebbe quella dipinta sulle pareti della villa di
Oplontis (Torre Annunziata), dove su un'elegante vassoio fa
bella mostra di se una dolce guarnito con glassa ricoperta di
canditi. Il bordo del dolce non è però di colore verde, come
vuole la tradizione, bensì rosso: forse ottenuto da mandorle non
spellate e miele.
Comunque sia, la Cassata è una preparazione generata
dall'incontro di culture diverse: come la ricotta è un segno
dell'antica tradizione pastorale, così la pasta di mandorle e i
canditi rappresentano una traccia del mondo arabo.
Durante il Medioevo
l'arte di fare la Cassata trovò nei conventi la sua migliore
interpretazione (famosa la capacità delle suore di Valverde a
Palermo), diventando in Sicilia il dolce pasquale d'eccellenza,
e non averlo in tavola era considerato quasi vergognoso.
Un curioso aneddoto legato alla Cassata rimanda al documento del
Sinodo diocesano di Mazzara del Vallo, che nel 1575 ne
proibì la preparazione nei monasteri durante la settimana santa,
per non distrarre le monache benedettine dalle pratiche
religiose.
Ingredienti della ricetta odierna sono: la ricotta di latte di
pecora, zuccherata, montata e mescolata a scaglie di cioccolato,
pistacchi e canditi, il tutto ben serrato tra due strati di pan
di spagna.
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FRUTTA MARTORANA
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La Frutta Martorana è forse la più
antica e famosa preparazione fatta con la pasta di marzapane
e nacque ufficialmente a Palermo, nel convento annesso alla
chiesa eretta durante il 1143 da Giorgio d'Antiochia,
alto ufficiale del re.
Con il marzapane le suore
confezionavano per la festa di Ognissanti piccoli dolci, che
imitavano in modo sorprendente frutti d'ogni tipo dai colori
vivacissimi, ottenuti grazie alla gomma arabica che permetteva
di fissare le tinte vegetali derivanti da rose, zafferano,
pistacchio ecc. L'impasto veniva chiamato anche "pasta reale" in
quanto degno di un re: nella fattispecie il normanno Ruggero II
re di Sicilia.
Nel 1193 ca. la nobildonna Eloisa Martorana fece
costruire un monastero benedettino accanto alla chiesa ed al
convento, e così in suo onore, sia il complesso edilizio che i
dolci preparati dalle monache assunsero il nome "della Martorana".
Con il passare del tempo ogni ricorrenza religiosa si guadagnò
uno speciale soggetto di marzapane: pecorelle per Natale,
cavallucci per Sant'Antonio, agnelli per Pasqua.
Il successo di questi dolcetti spinse la corporazione dei
Confettari a tentare di ottenere il monopolio della loro
produzione. Lo scopo venne raggiunto nel 1575 con
l'intervento del sinodo diocesano di Mazzara del Vallo, che
proibì alle religiose la preparazione della Frutta di Martorana
, così come per la Cassata, perché arrecava troppa distrazione
al raccoglimento liturgico.
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